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1630: perché Cherasco si salvò dalla peste?

Rappresentazione di un medico con le protezioni contro il contagio della peste

Fra il 1630 e il 1631 il Piemonte fu sconvolto da una drammatica sequenza di calamità: la guerra per la successione di Mantova e del Monferrato con il passaggio delle truppe imperiali, francesi e sabaude, una dura carestia e la diffusione della peste. Il contagio provocò una strage: a Torino perirono oltre 8.000 persone su 11.000 rimaste in città, a Carmagnola perì metà della popolazione (4.500 vittime), a Pinerolo sopravvissero 300 persone, Alessandria registrò 14.000 morti, a Bra morì un quarto della popolazione e nella piccola Barolo i morti furono 250.

In questo tragico scenario, Cherasco rappresentò un’eccezione e costituì un’oasi di sanità e sicurezza.

La preservazione della città fu frutto del buon lavoro svolto dalle persone delegate alla tutela della salute, aiutate dalle mura che cingevano il luogo, che permisero di isolare il borgo dal contagio. Fin dai primi allarmi tra febbraio e giugno 1630, le autorità municipali istituirono 24 conservatori della sanità, rafforzando costantemente i controlli. La quasi immunità del luogo dal contagio indusse la corte sabauda a ritirarsi a Cherasco che ospitò così la firma della pace che poneva fine alla guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

L’efficacia della profilassi a Cherasco si articolò attraverso una serie di rigorosi provvedimenti.

Controllo territoriale e ispezioni domiciliari

La città e il territorio circostante vennero ripartiti in 12 cantoni, affidati ciascuno a 12 o più cantonieri. Due conservatori a turno settimanale coordinavano gli interventi d’emergenza, mentre i cantonieri avevano l’obbligo di ispezionare quotidianamente le case per individuare subito le persone ammalate o decedute. Alla minima avvisaglia, intervenivano medici e chirurghi di sanità per accertare bubboni, carboni o petecchie. Venne ingaggiato un cerusico esperto e si ispezionarono le botteghe degli speziali per garantire scorte di farmaci.

Rappresentazione dei monatti che trasportano i morti di peste

Pattugliamento delle campagne e blocco delle porte

Per scongiurare ingressi clandestini attraverso il contado, furono incaricati dei “corridori a cavallo” con l’ordine di perlustrare giorno e notte le strade verso i focolai e arrestare chiunque fosse privo di documenti. Le quattro porte cittadine (San Martino, Stura o Cervere, Belvedere, Narzole) rimasero presidiate da guardie armate: per accedere era indispensabile esibire la bolletta di sanità (fede sanitaria del luogo d’origine attestante l’assenza del morbo), pena il respingimento o una quarantena di 40 giorni. Furono inoltre emanati ordini di espulsione per tutti i forestieri.

L’istituzione del lazzaretto

Il cardinale Federico Borromeo visita il lazzaretto di Milano

Alla confluenza tra Tanaro e Stura venne edificato il lazzaretto campestre di Gravessania, formato da capanne in legno e dotato di una sorgente d’acqua pura (“fontana del Lazzaretto”). Nel lazzaretto vennero ospitati principalmente individui giunti al seguito della corte sabauda nell’agosto del 1630, pochi furono i cittadini di Cherasco contagiati. Per isolare nobili, religiosi e militari in sospetto di contagio furono scelte cascine lontane dai centri abitati (la Sarmazza, la Vernetta, la Giardina). Nelle abitazioni urbane sospette si attuava la “serrata” con sbarramento esterno e piantoni armati. Il Comune aveva inoltre assunto due categorie di monatti: i “monatti brutti” preposti al trasporto e alla sepoltura dei cadaveri e i “monatti netti” addetti all’assistenza ai malati e al loro trasferimento al lazzaretto.

L’impiccagione del mugnaio di Bra

Le sanzioni nei confronti di quanti non rispettavano gli ordini dell’autorità furono inflessibili. Quando un mugnaio di Bra penetrò furtivamente dai campi senza bolletta sanitaria, il duca Vittorio Amedeo I ne ordinò l’immediata impiccagione pubblica come monito, negando la grazia. La disciplina non risparmiò le autorità: lo stesso governatore Simeone Faussone fu costretto alla quarantena e poi a ritirarsi a Sanfrè per aver accolto un parente da una frazione sospetta. Al contempo, a Cherasco non si diffuse la caccia isterica agli “untori” e le relative esecuzioni capitali diffuse altrove. La popolazione affiancò alla profilassi solenni voti rivolti alla Madonna e ai santi protettori Rocco e Sebastiano.

Grazie a questa efficiente barriera sanitaria e alla quasi totale assenza del contagio, Cherasco fu riconosciuta come rifugio sicuro. Casa Savoia — con madama reale Cristina di Francia, il duca Vittorio Amedeo I e i principi Tommaso e Maurizio — le massime magistrature dello Stato e i rappresentanti diplomatici delle potenze europee vi trasferirono le proprie sedi. Fu proprio questa condizione di salvezza a fare di Cherasco il teatro ideale dei negoziati internazionali che condussero alla storica Pace del 1631, ponendo termine alla guerra del Monferrato.

Diego Lanzardo