1686: i valdesi sepolti nel fossato del castello

La targa che ricorda i valdesi morti nel castello visconteo di Cherasco
Da diversi anni una targa posta all’esterno del castello visconteo di Cherasco ricorda le sofferenze e la morte di centinaia di persone di fede valdese, imprigionate nella fortezza cheraschese a causa della loro fede. Quali furono però le vicende all’origine di questa strage, evento ripetutosi in numerose altre località del Piemonte?
2.000 valdesi massacrati e villaggi bruciati
La persecuzione dei valdesi tra il 1685 e il 1687 rappresenta uno dei momenti più drammatici della storia di questa comunità, portandola quasi alla totale estinzione prima del successivo riscatto storico. Nell’ottobre del 1685, il re di Francia Luigi XIV emanò l’Editto di Fontainebleau, revocando l’Editto di Nantes (che nel 1598 aveva riconosciuto il diritto di culto ai riformati francesi) e vietando il protestantesimo in tutto il regno francese. Di conseguenza, la repressione colpì immediatamente anche i valdesi abitanti in quei territori del Piemonte sotto il dominio francese, come l’Alta Valle Chisone (Val Pragelato). Il Re sole esercitò quindi forti pressioni politiche e militari sul duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, affinché facesse lo stesso nei territori piemontesi. Il duca cedette alle pressioni francesi ed emanò un editto drastico che imponeva l’immediata cessazione di ogni culto non cattolico, la distruzione di tutti i templi valdesi, l’esilio per i pastori protestanti e l’obbligo di battezzare e crescere i figli nella fede cattolica.
La popolazione valdese (stimata in circa 12.500 persone) rifiutò l’editto e scelse di resistere con le armi nelle valli Pellice, Chisone e Germanasca. Nell’aprile del 1686, le truppe sabaude unite a quelle francesi sferrarono l’attacco. La resistenza fu repressa nel sangue: circa 2.000 valdesi vennero massacrati e interi villaggi furono depredati e bruciati.

Maggio 1686: oltre 600 prigionieri a Cherasco
I sopravvissuti alla carneficina subirono un destino altrettanto tragico. Oltre 8.500 valdesi vennero imprigionati in varie località del Piemonte, come Saluzzo, Revello, Carmagnola, Villafranca, Cherasco, Fossano, Mondovì, Asti,Torino, Ivrea, Trino, Vuerrua e Vercelli. Le condizioni igieniche e alimentari furono disumane, anche perché le comunità locali nel volgere di pochi giorni dovettero farsi carico del cibo e delle altre necessità di centinaia di persone. Secondo le stime, a causa delle malattie, del freddo e degli stenti, più di 5.000 persone morirono in cella in pochi mesi.
Il Consiglio comunale di Cherasco il 1° maggio 1686 prende atto dell’ordine del duca Vittorio Amedeo di custodire nel castello almeno 2.000 valdesi e di fornire loro pane e paglia (su cui far dormire i prigionieri) come anche ai soldati addetti alla loro custodia. Il Consiglio delibera di acquistare quindi 500 rubbi di grano (corrispondenti a 46 quintali) per provvedere alla produzione di pane. Secondo gli studi storici più recenti, in realtà nel castello di Cherasco furono rinchiuse oltre 600 persone, uomini e donne di ogni età e bambini.

La rappresentazione del castello nel Theatrum Sabaudiæ (1682), con le cinque torri di cui una rotonda
Mentre le fatiche del lungo viaggio dalle valli del Pinerolese, la promiscuità nelle camerate del castello e lo scarso cibo iniziano a mietere vittime, il Comune di Cherasco si trova in difficoltà a fornire il pane in quanto non dispone delle risorse economiche, anche perché Alba e i paesi della sua provincia, che dovrebbero sostenere la metà del costo, hanno fatto ricorso, chiedendo al duca di essere esentati. Il duca conferma l’ordine di pagare, tuttavia i primi e parziali contributi in grano e denaro arriveranno soltanto a fine settembre 1686.
Cimiteri strapieni e pericolo di epidemie
Intanto le malattie e gli stenti aumentano sempre di più il numero dei morti, con il timore dei cheraschesi per i pericoli sanitari. A quel tempo i cimiteri delle parrocchie erano adiacenti alle chiese e quindi nel pieno centro urbano (solo nel 1806 il nuovo camposanto sarà realizzato nell’attuale sito). Così i cimiteri di San Pietro (dove oggi si trova il Giardino dei semplici) e San Martino (corrispondente all’incirca all’area su cui oggi sorgono i fabbricati di via Giardinieri dal civico 23 al 27) nel mese di dicembre sono ormai pieni dei cadaveri dei valdesi convertitisi al cattolicesimo (più per disperazione che per convinzione) e si teme che si potrà infettare l’aria in primavera, per cui i medici della città invitano il Comune a provvedere per la loro sepoltura altrove. Ci sono poi i valdesi che non si sono convertiti al cattolicesimo durante la prigionia e che vengono sepolti direttamente nel fossato del castello.
Convertirsi o espatriare
A seguito anche delle pressioni esercitate dalle nazioni protestanti, Vittorio Amedeo II il 3 gennaio 1687 firma l’atto che libera i sopravvissuti nelle varie prigioni del Piemonte. Il documento però impone o l’esilio o la conversione forzata. Circa 2.800 valdesi accettano di lasciare il Piemonte per rifugiarsi nei cantoni protestanti della Svizzera, mentre altri scelgono l’abiura e il trasferimento nel Vercellese.
Secondo un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Torino, e redatto a fine gennaio 1687, i superstiti nel castello di Cherasco sono circa 370, dunque tra i 250 e i 300 valdesi erano deceduti dal maggio dell’anno precedente.
Diego Lanzardo