L’Eremo di Cherasco tra i “Luoghi del cuore” del Fai

Scorcio dell'Eremo di Selvamaggiore di Cherasco (immagine tratta dal sito del FAI https://fondoambiente.it/)
L’Eremo di Selvamaggiore di Cherasco, ai confini con il territorio di Salmour, non fu soltanto un ritiro contemplativo, ma un complesso nodo strategico e culturale che definì l’identità del territorio di Cherasco tra il XVII e il XIX secolo. Adesso è inserito tra i candidati all’iniziativa “I luoghi del cuore”, programma dedicato alla cura e alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico italiano, organizzato dal Fai (Fondo ambiente italiano) in collaborazione con Intesa-San Paolo. Per votare l’Eremo come “luogo del cuore” basta collegarsi alla pagina internet https://fondoambiente.it/luoghi/eremo-camaldolese-di-s-maria-in-selvamaggiore?ldc
La nascita dell’Eremo si colloca nel cuore della politica religiosa sabauda, in un’epoca in cui la dinastia cercava di trasformare il paesaggio piemontese in una geografia della fede attraverso l’insediamento di ordini di rigida osservanza. Il progetto, ideato nel 1611, si concretizzò tra il 1618 e il 1623 grazie alla missione diplomatica di padre Placido Vacca, il quale seppe catalizzare il sostegno del duca Carlo Emanuele I. Il sovrano non si limitò a un’approvazione formale, ma esortò attivamente la comunità cheraschese a sostenere quella che definiva una «santa e pia opera». Situato a 375 metri d’altitudine, su una cresta dominante il fiume Stura, l’eremo doveva ergersi come simbolo di perfezione spirituale; tuttavia il progetto si scontrò con le caratteristiche di un sito geograficamente difficile.

L'Eremo di Cherasco rappresentato nel Catasto Maffei di fine Settecento
La prima fondazione e l’amarezza dell’abbandono (1618-1647)
La vita monastica nel Seicento era un esercizio di estrema resilienza, dove la devozione quotidiana doveva misurarsi con la sterilità della terra e la precarietà politica. Nonostante l’impegno di figure come fra Luca da Savigliano e le donazioni iniziali di boschi e terreni, l’insediamento non riuscì a garantire la stabilità necessaria alla clausura. L’abbandono, sancito definitivamente nel 1647, fu l’esito di una crisi dovuta a diversi fattori.
Insalubrità e siccità: il sito soffriva di una cronica scarsezza d’acqua viva, condizione che rendeva la sopravvivenza dei dodici monaci previsti dalla regola un’impresa disperata. Indigenza economica: le pur generose elargizioni delle famiglie Mentone, Lunelli e Rubino non garantivano rendite costanti. I religiosi erano spesso costretti a “fare cerca e colletta” per assicurarsi grano e vino, mancando dei mezzi per una sussistenza autonoma. Vessazioni belliche: la vulnerabilità del luogo lo esponeva alle incursioni della soldatesca. Il clima di violenza culminò nell’episodio dello schiaffo sacrilego inferto da un soldato a un religioso, un insulto che segnò profondamente la comunità e accelerò la fuga dei monaci verso l’Eremo di Busca. Il ruolo del Comune: la città di Cherasco, pur dichiarandosi “mortificata” per la partenza dei padri, dovette ammettere la propria incapacità finanziaria nel supplire alle mancanze materiali.
Nonostante la demolizione della chiesetta originale, la devozione popolare rimase latente, preservata attorno a un frammento di muro affrescato con l’immagine della Vergine, seme silenzioso della futura rinascita.
La rinascita e il “miracolo” dei fratelli Boggetto (1675-1750)

Una cella per i monaci nel progetto settecentesco conservato all'Archivio di Stato di Torino
Il ritorno dei Camaldolesi nel 1675 rappresentò un trionfo del mecenatismo e della fede, trasformando un sito un tempo “arido” in un gioiello dell’architettura barocca. Questa rinascita non fu isolata, ma attivamente sostenuta dal Sacro Eremo di Torino, che si impegnò a ristabilire Selvamaggiore come pilastro della Congregazione in Piemonte.
La vera metamorfosi architettonica avvenne grazie alla famiglia Boggetto, potenti banchieri torinesi. L’ingresso in monastero di Gioachino (Padre Giuseppe) portò i fratelli Lodovico, Gabriele e Giulio Cesare a investire l’astronomica cifra di 250.000 lire per la sola costruzione degli edifici, esclusi arredi e mobilio. L’Eremo divenne così il mausoleo della famiglia: Gabriele Boggetto morì nel complesso nel 1732, chiedendo espressamente di esservi sepolto.
Il cantiere vide l’intervento di maestri assoluti: l’architetto Giovanni Giacomo Plantery, il progettista d’altari Giovanni Sacchetti (allievo di Juvarra) e il quadraturista Giuseppe Dallamano. Le pareti si ornarono di raffinati stucchi rocailles, mentre il pittore lionese Pietro Metey realizzò tele di pregio raffiguranti la Nascita del Redentore, l’Adorazione dei Magi e l’Annunziata.
A questo splendore materiale faceva da contrappunto il rigore della “Santa Osservanza” istituita nel 1721. I monaci seguivano una dieta austera: un solo uovo, formaggio e frutti a pranzo, un’insalata e pane a cena, consumati in un silenzio rotto solo dalle lezioni spirituali.
Simbolo dell’ostinazione monastica resta lo scavo di un pozzo profondo 88 metri (29 trabucchi). L’impresa titanica fu interrotta solo dopo la morte per asfissia di due operai, lasciando il complesso senza la risorsa tanto agognata.
Questa stagione di apogeo, che rese Selvamaggiore l’eremo più ricco del territorio sabaudo, lo trasformò paradossalmente in un bersaglio appetibile per i venti rivoluzionari che stavano per soffiare dalla Francia.
Il tramonto nel periodo napoleonico: dalla confisca alla dispersione (1796-1801)
La soppressione dell’Eremo nel 1801 si inserisce nel drammatico processo di secolarizzazione forzata operato dal Governo provvisorio piemontese. Quella che era stata una cittadella dello spirito divenne una risorsa finanziaria da smantellare per rimpinguare le casse statali.
Al momento della fine, Selvamaggiore vantava un patrimonio stimato in 400.000 lire, il più alto tra gli eremi piemontesi, con una superficie agraria di 387 ettari (1.016 giornate piemontesi) e una biblioteca «molto ben provveduta di libri».

La tela L'adorazione dei Magi di Pietro Metey oggi è conservata nella Madonna del Popolo a Cherasco
Il patrimonio di arredi, suppellettili e opere d’arte fu frammentato e disperso tra le chiese del territorio. L’Immacolata di Sebastiano Taricco giunse a Verduno, le tele di Marc’Antonio Franceschini a Narzole, e le opere di Pietro Metey alla Madonna del Popolo a Cherasco. Architetture mobili di immenso valore presero nuove strade: l’imponente coro ligneo fu trasferito alla parrocchiale di Santa Vittoria, l’altare maggiore a Pocapaglia, mentre una sedia corale finemente lavorata con il motto “Oboedientia” si trova oggi nell’Oratorio di Sant’Agostino a Cherasco.
Gli edifici e i terreni saranno venduti a privati negli anni intorno al 1801. Nella prima metà del Novecento il complesso divenne proprietà della famiglia Segre, storica famiglia della Comunità ebraica di Cherasco, mentre nella seconda metà del secolo gli edifici dell’Eremo furono venduti ai mezzadri che conducevano i relativi terreni. Oggi il complesso è suddiviso tra cinque proprietari.
Diego Lanzardo