Damillano, lo storico che incontrò Napoleone

Giovanni Francesco Damillano, sacerdote e storico cheraschese Chi era il Giovanni Francesco Damillano a cui il Comune di Cherasco ha intitolato una via che collega via Clemente Fusero e corso Luigi Einaudi? Si tratta uno degli storici che nel corso dei secoli ha raccontato le vicende della comunità di Cherasco e che è stato testimone diretto di travagliati decenni della storia cheraschese, quelli del periodo napoleonico.
La sua famiglia, caratterizzata dall’esercizio della professione notarile, era originaria di Bene Vagienna. da cui si era trasferita a Cherasco verso la metà del Seicento. Notaio era anche il padre Giovan Battista, mentre uno dei fratelli dello storico cheraschese ricoprì gli importanti incarichi di senatore e consigliere di Stato del Regno di Sardegna.
Nato nel 1731, Giovanni Francesco Damillano fu indirizzato, nel solco della tradizione familiare, agli studi giuridici, conseguendo il titolo di “dottore d’ambe leggi” (laurea sia in diritto civile che in diritto canonico). Accanto alla preparazione forense maturò tuttavia la vocazione religiosa che lo condusse al sacerdozio e, poco più che quarantenne, alla carica di vicario foraneo di Cherasco.
Il santuario della Madonnina e l’attività pastorale
La prima fase del suo operato fu legata indissolubilmente al culto della Madonna delle Grazie, scaturito dal rinvenimento ritenuto miracoloso di un affresco raffigurante la Vergine con Bambino e angeli sull’antico pilone di San Giovanni ad Fontes. Dimostrando doti organizzative e pastorali, Damillano incanalò la pietà popolare nella costruzione di un piccolo santuario, finanziato tramite elemosine. Incaricò del progetto l’architetto cheraschese Nicola Vercellone, reperendo le risorse necessarie per la chiesa, la sagrestia e l’abitazione del rettore: nacque così il santuario noto ai cheraschesi come “la Madonnina”. A sostegno della devozione diede inoltre alle stampe due libretti dedicati alla Vergine (nel 1775 e nel 1790).
L’impegno civico e gli studi storici
In qualità di vicario foraneo operò nell’amministrazione delle Opere Pie e svolse un ruolo di primo piano negli eventi storici del 1796 e durante la successiva dominazione francese, ricoprendo l’incarico di consigliere comunale fino alla fine dei suoi giorni. Negli ultimi sette o otto anni di vita si dedicò all’erudizione storica, redigendo gli Annali di Cherasco, opera divisa in due tomi: il primo focalizzato sul profilo civile e politico, il secondo contenente la storia delle chiese di Cherasco. Sebbene la morte, sopraggiunta il 31 maggio 1808, gli abbia impedito di pubblicare l’opera a stampa, il manoscritto ebbe vasta eco locale e fu tramandato grazie alle copie manoscritte realizzate da diverse famiglie della città. L’opera del Damillano è stata pubblicata nel 2007 dai professori Francesco Bonifacio Gianzana e Bruno Taricco.
L’incontro spiazzante con Napoleone Bonaparte
Un momento particolare della vita del Damillano fu l’incontro con Napoleone Bonaparte.
Il 25 aprile 1796, racconta Giovanni Francesco Damillano, le porte delle chiese vennero chiuse nell’attesa che i soldati francesi facessero il loro ingresso in Cherasco. L’armata guidata dal generale Bonaparte rappresentava quella repubblica nata dalla Rivoluzione che aveva fama di aver distrutto il cristianesimo in Francia, dove centinaia di sacerdoti, religiosi e religiose erano stati uccisi e altrettante chiese e conventi erano stati saccheggiati. Possiamo quindi soltanto immaginare quale fosse lo stato d’animo del clero secolare che, insieme alle autorità civili cittadine, accolse l’avanguardia proveniente da Narzole, guidata dal generale Andrea Massena, offrendogli le chiavi della città.

Napoleone Bonaparte riceve gli inviati del re di Sardegna che chiedono l'armistizio
Qualche ora dopo giunse anche Napoleone, si sistemò in palazzo Salmatoris e volle incontrare personalmente le autorità locali. In questo caso, oltre all’amministrazione civica e al clero secolare, parteciparono anche i rappresentanti delle varie comunità religiose.
Il generale Bonaparte “batte cassa”
Il Damillano, rettore della Madonnina, insieme agli altri sacerdoti e religiosi, incontrò personalmente in palazzo Salmatoris il piccolo generale corso, un giovane ambizioso di soli ventisei anni. Dal rappresentante di quella Rivoluzione che aveva persino abolito il calendario legato alla nascita di Cristo, tutti si attendevano forse una sorta di sermone laico sulla supremazia della ragione rispetto alla “superstizione” religiosa o peggio ancora minacce di sopprimere il culto.

Palazzo Salmatoris, dove Napoleone Bonaparte incontrò le autorità comunali e religiose cheraschesi.
Invece «il suo primo discorso fatto col clero è stato l’accennare che tutte le religioni erano tollerate e che li rettori delle chiese di Cherasco si regolassero nelle loro fonzioni come per l’avanti», ci racconta il Damillano che ascolta un poco stupito il discorso del generale. Poi Napoleone mostra subito il suo lato pragmatico chiedendo a quanto ammontassero le entrate annue del vescovo di Asti (allora Cherasco faceva parte della diocesi di quella città) e sentendo che valevano circa 18mila lire disse (un po’ deluso) che gli sembrava poco.
La vittoriosa ma malconcia armata francese aveva bisogno di fondi, quindi Bonaparte era assai più interessato alle rendite locali che alle questioni ideologiche o religiose. Il culto poteva continuare a essere esercitato normalmente purché la Chiesa, nelle sue varie articolazioni, contribuisse anch’essa al sostentamento dell’esercito francese. Così, pochi giorni dopo quell’incontro un po’ spiazzante con Napoleone, anche il vicario foraneo Damillano ricevette il conto da pagare: al clero secolare era stata imposta una contribuzione pari alla metà del proprio reddito. Per gli ordini religiosi vennero invece fissate cifre precise, rapportate alle loro proprietà: 8mila lire i Domenicani, 12mila gli Agostiniani, 6mila i Carmelitani, 10mila le Clarisse e 8mila i Camaldolesi (per un totale di 44mila lire).
Anche la comunità laica, ovvero tutti i contribuenti cheraschesi, ricevette l’ordine di pagare una pesantissima contribuzione del valore di 110mila lire, una consuetudine diffusasi nel corso del tempo grazie alla quale gli occupanti permettevano di sottrarsi al diritto di saccheggio, riconosciuto dai comandanti alla truppa, in cambio di un pagamento “in contante”.
Ancora una volta i cheraschesi dovevano prendere atto di quanto fosse vera l’espressione secondo cui «C’est l’argent qui fait la guerre» (Sono i soldi a fare la guerra).
Diego Lanzardo