L’impiccato e gli osti disonesti

Rappresentazione dei Battuti neri su un paramento sacro
Con la irrefrenabile curiosità e l’ancestrale paura che caratterizzano l’interesse degli uomini per ogni evento in cui la morte sia protagonista, un gruppo di cheraschesi nel freddo pungente del tardo pomeriggio del 13 dicembre 1787 osserva il funebre operare dei confratelli della Misericordia.
I Battuti neri salgono sul patibolo e, appoggiata una scala alla forca, tagliano il cappio al quale è appeso il cadavere di Nicola Novarese, criminale condannato all’impiccagione. Il corpo esanime, con l’aiuto del becchino, verrà trasportato al luogo in cui la Confraternita provvede a dare sepoltura ai cadaveri di quanti hanno subìto un’esecuzione capitale, ovvero all’interno della chiesa di Sant’Iffredo, sede dei Battuti neri. La pietra di chiusura del sepolcro riporta una scritta che non lascia equivoci sull’identità di coloro le cui spoglie erano lì ospitate: “Quos iustitia morti tradidit hic Misericordia condit” (“Coloro i quali la giustizia condusse a morte qui la Misericordia seppellisce”; l’iscrizione oggi è conservata nel museo “Adriani”).

La pietra che chiudeva la tomba dedicata ai condannati a morte, oggi conservata al museo "Adriani" di Cherasco
Raccolta di offerte per l’anima del condannato
I Battuti neri si preoccupano anche della salvezza dell’anima del condannato e pertanto operano una raccolta di offerte tra i cheraschesi (per un totale di 78 lire) «e da convertirsi in tante messe per l’anima del fu Nicola Novarese di Villanova d’Asti», come recita il documento redatto dai confratelli e oggi conservato nell’Archivio storico comunale.
I Battuti e le opere di assistenza e carità

Quella dell’assistenza (il cosiddetto “confortatorio”) dei condannati a morte nell’attesa dell’esecuzione e la pietosa sepoltura delle loro spoglie era soltanto una delle attività caritative nelle quali era impegnata la Confraternita del Santissimo Crocifisso o della Misericordia (Battuti neri), che a Cherasco, per molti secoli, operò parallelamente a un’altra confraternita, quella di Sant’Agostino, i cui componenti erano meglio conosciuti come i Battuti bianchi.
Forse fin dalla costituzione della Confraternita (nel 1587), i Battuti neri ebbero il compito di assistere nelle ultime ore di vita i malviventi per i quali la giustizia aveva decretato la pena capitale. Un verbale del 1815 sottolinea che ha «la medesima Compagnia la privativa ed in conseguenza i suoi delegati il diritto di assistere li condannati a morte, tanto pel spirituale che per corporale e di accompagnarli al patibolo, indi andarli a prendere processionalmente nello stesso giorno che sarono giustiziati».
Il privilegio della grazia
I Battuti neri garantivano, insomma, che al condannato fosse concesso di trascorrere le ultime ore di vita in condizioni umane e con i conforti religiosi, in secoli nei quali gli atti di sadismo e di violenza nei confronti di coloro che dovevano salire sul patibolo erano la normalità. I confratelli garantivano inoltre una pietosa sepoltura ai cadaveri non reclamati dalle famiglie.
Il duca di Savoia Carlo Emanuele I nel 1623 aveva concesso uno speciale privilegio alla Confraternita: la possibilità di concedere la grazia a un condannato a morte, oppure a una persona incarcerata o bandita.
Acquavite al condannato, vino alle guardie, cioccolata agli ecclesiastici
La nota delle spese sostenute dalla Confraternita della Misericordia in occasione dell’esecuzione capitale di Nicola Novarese il 13 dicembre 1787, pur nella sua ragionieristica essenzialità, offre alcuni interessanti quadretti, come quello delle differenti bevande a seconda dell’estrazione sociale – il vino per gli “sbirri” e la cioccolata, bevanda d’élite, per i sacerdoti –, o il cinismo di due commercianti pronti a fare la cresta sui conti, anche in occasione dell’uccisione di un uomo.
Tra le spese sostenute troviamo che all’oste Canavero per aver fornito al condannato «camicia, acquavita e biscottini» vengono pagate lire 2, soldi 4 e denari 6, ma lo stesso oste sul vino dato alle guardie cerca di lucrare un po’ più del dovuto, “barando” sulla quantità fornita e chiedendo 10 lire e 10 soldi, una richiesta ritenuta esagerata dai Battuti neri che convincono il Canavero ad accettare 4 lire, 10 soldi e 2 denari.
Anche un altro esercente tenta di fare la cresta sulla fornitura: alla bottega Balauri viene pagata una lira per quattro tazze di cioccolato servito «ai signori ecclesiastici assistenti al paziente» (i religiosi che hanno fornito conforto spirituale), «sebbene se ne pretendesse il pagamento per otto tazze».
La cerimonia di sepoltura del condannato si concludeva con un rituale ben preciso: il cappio da cui pendeva il condannato e che uno dei confratelli aveva tagliato e i guanti indossati da tutti coloro che avevano maneggiato il cadavere venivano bruciati in un rogo rituale, quasi a esorcizzare il male e la negatività che circondava quella morte violenta.
Diego Lanzardo

L'oratorio di Sant'Iffredo, sede della Confraternita dei Battuti neri