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Il gonfalone del Piemonte: mix di monarchia e rivoluzione

Il gonfalone del Piemonte: mix di monarchia e rivoluzione

La bandiera del Piemonte, secondo la Legge regionale 15/2004

Domenica 19 luglio, come ogni anno, si celebrerà la Festa del Piemonte. In quell’occasione sarà presente il gonfalone della Regione Piemonte, una bandiera frutto di un “compromesso” tra i simboli repubblicani e quelli monarchici e la cui storia si intreccia anche con quella di Cherasco e in particolare con la firma in Palazzo Salmatoris dell’Armistizio con il generale Napoleone Bonaparte.

Domenica 19 luglio, come ogni anno, si celebrerà la Festa del Piemonte, in ricordo della vittoriosa battaglia dell’Assietta del 1744 (per approfondimenti https://www.cherascocultura.it/festa-del-piemonte-cherasco-chiudera-gli-eventi/ ). In quell’occasione sarà presente il gonfalone della Regione Piemonte, una bandiera frutto di un “compromesso” tra i simboli repubblicani e quelli monarchici e la cui storia si intreccia anche con quella di Cherasco e in particolare con la firma in Palazzo Salmatoris dell’Armistizio con il generale Napoleone Bonaparte.

De  Rolandis, la coccarda tricolore e l’impiccagione

Giovanni Battista De Rolandis

Prima di trattare del gonfalone piemontese, va sottolineato come la creazione della bandiera italiana rimanda alla figura di un piemontese, Giovanni Battista De Rolandis, nato a Castell’Alfero nel 1774.

Studente a Bologna, il giovane astigiano di nobile famiglia e di idee liberali incontrò il laureando Luigi Zamboni, focoso sostenitore delle idee della Rivoluzione francese.

Tuttavia il loro tentativo nel 1796 di far sollevare i bolognesi contro il governo pontificio, mentre Bonaparte marciava vittorioso in Piemonte, fallì e i due capi della tentata rivolta – i quali sul modello di quella francese avevano adottato come simbolo una coccarda verde, bianca e rossa – furono arrestati e giustiziati.

La Repubblica di Alba e la bandiera rossa, blu e arancione

Proprio nei giorni in cui De Rolandis viene impiccato (23 aprile del 1796), nasce un altro tricolore, quello della Repubblica di Alba, destinato anche questo a non rimanere dimenticato, perché quasi due secoli dopo sarà uno degli elementi del gonfalone del Piemonte.

Il rivoluzionario Giovanni Antonio Ranza

In quelle prime settimane della primavera 1796 Napoleone con le sue truppe era velocemente salito dalla Liguria al Piemonte, sconfiggendo ripetutamente l’esercito sabaudo e quello austriaco.

Anche ad Alba i sostenitori delle idee giacobine facevano affidamento sull’armata francese per spazzare via il vecchio ordine e instaurare un governo repubblicano.

Così il 25 aprile, con la colonna del generale francese Pierre François Charles Augereau, entrarono in città alcuni rivoluzionari come Maurizio Pellisseri, Ignazio Bonafous e Giovanni Antonio Ranza.

Quest’ultimo fu l’autore di tre proclami indirizzati al popolo piemontese e lombardo, all’armata piemontese e napoleonica, ai parroci del Piemonte e Lombardia.

Veniva inoltre eretto l’albero della libertà e proclamata la Repubblica piemontese, accolta dai canti rivoluzionari.

Ranza ideò anche la bandiera rossa, blu e arancione, che ricalcava quella della Repubblica francese, sostituendo il bianco con il «“rancio” (come si diceva allora, ndr), che denota la dolcezza, l’umiltà e l’individualità, di cui è simbolo il melarancio con i suoi spicchi uniti ed eguali».

Il gonfalone della Regione Piemonte, secondo la Legge regionale 15/2004

«Un fanciullo nato morto»

I rivoluzionari albesi dovettero però fare presto i conti con la posizione molto meno idealista e assai più pragmatica di Bonaparte. Il ventiseienne generale francese stava raccogliendo un successo dopo l’altro e per proseguire la sua marcia verso Milano e il Lombardo- Veneto austriaco aveva bisogno di stabilità in Piemonte e risorse per sostenere l’armata. Così sulla Repubblica albese ricaddero gli effetti dell’armistizio di Cherasco (28 aprile): i paesi a sinistra della Stura e del Tanaro (alcuni dei quali avevano aderito alla Repubblica) sarebbero rimasti sotto il controllo sabaudo e anche Alba, dopo il definitivo trattato di pace firmato a Parigi il 15 maggio, sarebbe tornata al Regno di Sardegna.

Come scrisse un albese a Giovanni Antonio Ranza, la Repubblica di Alba era «un fanciullo nato morto». Dunque gli ideali della Rivoluzione erano sacrificati alla realpolitik e i giacobini albesi condannati a dover fuggire per sottrarsi alle certe ritorsioni delle autorità sabaude.

Uno “sgarbo” a Bonaparte pagato con la fucilazione

A questo “tradimento” napoleonico si aggiunse l’obbligo per la comunità di Alba di pagare 123.000 lire (una cifra enorme) come contributo militare, oltre alle requisizioni di grano, vino, foraggio e altro materiale necessario a sostenere l’armata francese. Riccardo Sineo e Luigi Paruzza (al quale ad Alba è dedicata una strada che da via Maestra porta in corso Coppino) l’8 giugno si presentarono di fronte al generale Bonaparte a Milano e consegnarono la richiesta della municipalità di Alba di annullare l’obbligo del pagamento perché la città era stremata. Il Paruzza era un borghese di idee illuministe e repubblicane, profondamente impegnato per il bene dei suoi concittadini, il quale circa un mese prima aveva scritto una lettera al Direttorio (il governo della Repubblica francese) protestando contro l’insostenibilità dei tributi e scavalcando così Bonaparte, un atto che avrebbe pagato a caro prezzo.

Il generale, quando ebbe di fronte i due ambasciatori di Alba, li insultò e chiese chi era Luigi Paruzza e dopo un’animata discussione con quest’ultimo lo fece fucilare nel cortile del palazzo. A Riccardo Sineo fu salvata la vita, ma gli venne imposto di fornire agli albesi una versione ben diversa dei fatti: Paruzza era morto annegato attraversando il Ticino mentre era in viaggio verso Milano.

La riscoperta della bandiera della Repubblica di Alba

Quasi due secoli dopo questi eventi, nel 1984, quando la Regione Piemonte decise quale dovesse essere l’aspetto del suo gonfalone, fu realizzato una specie di “compromesso storico” tra la Rivoluzione e la monarchia. Per formare il drappo destinato a rappresentare il territorio subalpino nelle manifestazioni ufficiali, fu scelto di applicare la bandiera del principe di Piemonte, storico vessillo sabaudo, proprio sul tricolore innalzato dai rivoluzionari albesi nel 1796.

Lo stemma della Regione Piemonte, secondo la Legge regionale 15/2004

Dunque oggi il gonfalone del Piemonte è costituito da un drappo a strisce verticali di colore rosso, blu e aranci che fa da sfondo allo stemma sabaudo. Scrive Luisa Clotilde Gentile: «Lo stemma, rosso con la croce argentea (ovvero bianca: in araldica i due colori si equivalgono) con un lambello (sorta di rastrello) azzurro, era quello del principato di Piemonte, istituito nel 1424 a favore del primogenito del duca di Savoia, ed era quindi un’antica insegna di origine dinastica».

In fondo il gonfalone è una fortunata sintesi tra la fermezza dei bogianen e la loro capacità di reagire prontamente (anche diventando rivoluzionari), quando la situazione storica lo richieda.

Per approfondire l’argomento dei simboli della Regione Piemonte si può leggere l’opuscolo di Luisa Clotilde Gentile pubblicato nella collezione dei Tascabili di Palazzo Lascaris editi dal Consiglio regionale del Piemonte ( https://www.cr.piemonte.it/dwd/pubblicazioni/tascabili/tascabile_n_87.pdf ).

Diego Lanzardo

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