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1747: l’omicidio della contessa Aurelio di Torricella – Cherasco Cultura

1747: l’omicidio della contessa Aurelio di Torricella – Cherasco Cultura

Il fatto si sangue che avvenne il 3 maggio 1747 in un magnifico palazzo di Cherasco oggi sarebbe definito un femminicidio-suicidio. Una giovane nobildonna moriva per i colpi di spada inferti da uno spasimante non corrisposto.

Il contesto: un Piemonte in guerra

Palazzo Aurelio di Torricella, poi Galateri di Genola

Nella metà del Settecento, il Piemonte non era un luogo di pace. La Guerra di successione austriaca aveva trasformato il territorio in un campo di battaglia cruento, specialmente l’area del cuneese, segnata dalla battaglia di Madonna dell’Olmo e dal drammatico assedio di Cuneo del 1744. Tra il 1745 e il 1746, la regione subì un’occupazione quasi totale da parte delle forze franco-spagnole.

In questo scenario, Cherasco divenne un centro nevralgico: pur non essendo coinvolta direttamente dai combattimenti, la città fu trasformata in una roccaforte con nuove fortificazioni, ospedali da campo e depositi di artiglieria. Le sue strade si riempirono di soldati, feriti e, soprattutto, di un numero straordinario di prigionieri francesi catturati durante i combattimenti. È proprio in questo clima di tensione e convivenza forzata tra vincitori e vinti che matura uno dei fatti di sangue più celebri della storia locale.

Il fasto e l’orrore a Palazzo Aurelio

Un affresco di Palazzo Aurelio di Torricella

All’angolo tra le attuali vie Marconi e dell’Ospedale, sorge il maestoso Palazzo Aurelio di Torricella (noto anche come Palazzo Galateri), una delle dimore più prestigiose di Cherasco, decorata dagli affreschi di Giuseppe Dallamano e di Francesco Vellani. Qui, il 3 maggio 1747, la bellezza dell’arte fece da sfondo all’assassinio della contessa Giacinta Margarita Colli. Ventottenne, descritta come una donna di rara bellezza, era la moglie del conte Maurizio Aurelio di Torricella.

Quattro colpi di spada al petto

L’assassino non era un estraneo, bensì un ufficiale francese di nome Bres, un prigioniero di guerra che frequentava la casa degli Aurelio da più di un anno e ne conosceva ogni segreto. Al tempo, anche se prigioniero di guerra, il suo grado (e forse le origini nobili) gli consentivano di muoversi liberamente in Cherasco. Con un piano diabolico, l’ufficiale ordinò alla servitù, a nome della padrona, di recarsi in chiesa per le funzioni religiose, lasciando la contessa sola e indifesa.

Quando il conte Maurizio rientrò a casa, preoccupato dal silenzio della moglie e dalle porte sbarrate, fu costretto ad abbattere la porta della camera. Lo spettacolo fu atroce: Giacinta giaceva a terra, uccisa da quattro colpi di spada al petto, una mano ferita (forse nel tentativo della donna di difendersi) e due contusioni al capo, inferte probabilmente con l’elsa dell’arma per finirla.

La fuga e la fine del colpevole

L’episodio lasciò un segno profondo nella comunità e originò narrazioni più emotive che realistiche: mentre il corpo della contessa fu descritto dai testimoni come “bello e candido” anche nella morte, quello del suo assassino fu dipinto nero e orribile.

Il pievano della parrocchia di San Gregorio, in cui ricadeva il Palazzo Aurelio di Torricella, nel registrare la morte della giovane nobildonna, spiegò in modo poetico il movente passionale del femminicidio: «Mars Venerem vidit, visam cupit (Marte vide Venere e desiderò ciò che aveva visto)». Giacinta Margherita Colli fu sepolta nella chiesa della Madonna del Popolo dove la famiglia Aurelio di Torricella aveva il patronato di una cappella.

Al cadavere dell’omicida fu riservato un trattamento molto più truce. Lo storico cheraschese Giovanni Francesco Damillano, contemporaneo degli eventi, narra che il corpo venne conservato alcuni giorni nella sabbia «per attendere gli ordini della corte di Torino» e poi «il cadavere del miserabile, sulli ordini emanati, fu trasportato su di una barella da lettame come una carogna e sotterrato a piè de’ bastioni della città nel vallone di Santa Margherita».

Il corpo di un suicida, secondo le norme della Chiesa, non poteva infatti essere sepolto in terra consacrata. L’ultima dimora dell’ufficiale francese fu quindi il terreno delle ripe che conducono al rio Crosio.

Diego Lanzardo

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